Ho deciso di leggere Annientamento, il libro di Jeff VanderMeer, dopo aver visto il film con Natalie Portman su Netflix. Il finale mi aveva lasciata con un gigantesco punto di domanda che mi ha spinto a cercare risposte nel libro. Pensate ne abbia trovate?

Trilogia dell’Area X
Il salto di oggi ci porta in un luogo molto strano. Annientamento è il primo romanzo della trilogia dell’Area X, il ciclo di VanderMeer che racconta di una parte del Nord America ormai inaccessibile e trasfigurata negli ultimi trent’anni da avvenimenti oscuri. Nello specifico, questo romanzo segue le vicende della biologa che partecipa alla dodicesima spedizione, organizzata dalla Southern Reach, in questo luogo. È tramite il suo diario che riviviamo l’ingresso attraverso il confine dell’Area X, la relazione con le sue compagne di spedizione e le scoperte di questo luogo incredibile.
Nell’Area X accadono cose strane, affermazione incontestabile, ma nel corso del libro non è spiegato cosa abbia davvero spinto la Southern Reach a fare le spedizioni. Fin dall’inizio, si capisce che qualcosa non va, soprattutto per le sensazioni della biologa, fin dal primo capitolo, fin da quando le donne si lanciano nella torre, un edificio che invece è conficcato nel terreno, paragonato a un esofago vivo che le inghiotte.
Un libro inquietante secondo Stephen King
Stiamo evitando però il punto fondamentale. Annientamento è un libro davvero inquietante, non solo perché lo dice anche Stephen King in quarta di copertina. L’entrata in scena della torre segna il punto di inizio di una grande tensione, anche se a volte sembra dettata solo dal fatto che i personaggi hanno sempre più paura. Come quando, di sera, si vede qualcosa nel buio senza che ci sia niente di davvero minaccioso, ma ci lasciamo condizionare in una spirale parossistica.
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Devo sottolineare però che la biologa, la protagonista, non è un personaggio debole o pauroso. Non è neanche uno dei personaggi più simpatici che abbia incontrato: taciturna e testarda, preferisce isolarsi piuttosto che stare insieme ad altri, in genere per osservare micro-habitat e scoprire le interazioni tra le forme di vita. L’unico rapporto significativo di tutto il libro ce l’ha con il marito, una persona dal carattere diametralmente opposto. Nonostante non abbia suscitato subito la mia simpatia (tratta le altre della sua spedizione con sufficienza e senza alcuna fiducia, preferisce isolarsi piuttosto che stare con altre persone, ecco quasi preferivo il marito), è sicuramente ben tratteggiata. Non ho mai parteggiato per lei, a dire la verità: quando lei decideva di andare avanti pensavo che quello che stava per succedere forse se lo sarebbe meritato. Lei è strana forte, ma alla fine ti ci affezioni.
Vivere per me era legato all’ecosistema e all’habitat, piacere per me era prendere coscienza dell’interconnessione fra esseri viventi. Avevo sempre privilegiato l’osservazione rispetto all’interazione. p. 104
Annientamento è un libro che avrei comprato anche solo per la grafica della copertina, disegnata da Lorenzo Ceccotti, sia per la sovraccoperta trasparente. Francesco Guglieri, editor di Einaudi per la narrativa straniera, ha confessato che questa scelta è dettata dalla volontà di distinguere i romanzi di VanderMeer nella collana Supercoralli, che di solito non include titoli di questo genere.

Un libro new weird per una denuncia ecologica
Già, ma che genere è Annientamento? Sui motori di ricerca viene catalogato come fantascienza. Niente di più lontano da quel classico ideale che può essere Asimov. Secondo il The New Yorker è invece un fantasy post apocalittico (ricorda un po’ Lost in effetti), che però è più interessato al cambiamento che alla fine del mondo che viene descritto. Più correttamente, viene indicato come new weird, una commistione tra fantascienza o fantasy.
Sebbene molte cose di Annientamento rimangano oscure, è chiarissimo l’intento di VanderMeer: una denuncia ecologica dell’invasione e del tentativo di mutamento da parte dell’uomo nei processi e nel funzionamento della natura. Una lotta però impari, in cui l’uomo è destinato a perire o, almeno, a perdere irrimediabilmente la sua forma. La stessa parola “annientamento”, nel penultimo capitolo, assume un significato inquietante, come se già la parola non lo avesse, ma che è sempre stato lì sotto gli occhi del lettore. Il the New Yorker lega il tema del libro al concetto di iperoggetto di Timothy Morton: processi più grandi dell’uomo e di difficile comprensione, come ad esempio i buchi neri, l’uranio e il plutonio o lo stesso effetto serra:
Events or systems or processes that are too complex, too massively distributed across space and time, for humans to get a grip on.
To get a grip on: sono coinvolti processi che l’uomo fatica addirittura ad abbracciare, subendone così le conseguenze. Il personaggio della biologa però è nel posto giusto al momento giusto: una persona che vive per capire, attraverso l’osservazione, le interconnessioni tra ciò che compone un habitat, per quanto piccolo che sia. Dovrà riportare lo stesso giochino che faceva da bambina con una pozza d’acqua in giardino nella gigantesca, inquietante e imprevedibile Area X.
Un libro che si può prendere come un romanzo di fantascienza distopica, come un rappresentate del genere new weird o come un vero e proprio titolo di denuncia ecologica.





